16:22 martedì, 25 agosto 2026
Il critico Simone Soranna in Santa Giulia ne illustra le opere di fantascienza. La sera al Viridarium si proietta «Incontri ravvicinati del terzo tipo»
Steven Spielberg secondo Simone Soranna. Il critico e docente di cinema milanese rilegge la carriera dell’autore di «Schindler’s List» e della saga di Indiana Jones, con focus sui lavori di fantascienza: «Da “Incontri ravvicinati del terzo tipo” a “Disclosure Day”»: Spielberg e il cinema del meraviglioso» è previsto martedì 25 agosto alle 19, all’Auditorium Santa Giulia (via Piamarta 4, con ingresso gratuito e prenotazione allo 030/8174200 o su cup@bresciamusei.com). Seguirà, sempre martedì (alle 21.15, al Parco del Viridarium), la proiezione in versione originale sottotitolata di «Incontri ravvicinati del terzo tipo» (1977), mentre «Disclosure Day» (2026) verrà proposto sabato 29 agosto (stesso posto, stessa ora) e sarà in programmazione al Nuovo Eden.
Soranna, Spielberg appartiene alla seconda generazione della New Hollywood, quella dei registi cinefili che, secondo Quentin Tarantino, «volevano rifare, in meglio, il cinema classico»”. C’è riuscito?
Non sono d’accordissimo sulla definizione di partenza, perché credo che Spielberg abbia inteso fare qualcosa di diverso, sia pure con le basi del cinema classico. Ad ogni modo c’è riuscito, senza se e senza ma, operando in due modi. Da un lato scardinando le regole del gioco. Consapevole che il cinema è (anche) industria, con «Lo squalo» ha inventato un nuovo modo di fare marketing, creando idealmente il cosiddetto blockbuster, che ancora oggi vive e vegeta. Dall’altro lato, su un piano più artistico e autoriale, ha raggiunto un equilibrio fondamentale raccontando le grandi storie per il grande pubblico, sempre mantenendo il proprio punto di vista. I suoi film sono molto riconoscibili, c’è la sua firma quasi in ogni fotogramma.
C’è un fil rouge che li collega?
Più d’uno. Quello principale è l’incontro con la meraviglia, che in genere nasce dal contatto con il diverso: nei film di Spielberg, quando due estranei si incontrano, si genera qualcosa di nuovo, c’è il miracolo, l’epifania.
E gli altri?
L’attenzione ai temi famigliari, specialmente al rapporto tra genitori e figli: avendo avuto un’esperienza personale non semplicissima, la esorcizza col racconto. Infine c’è il rapporto singolare con la Storia: Spielberg racconta mirabilmente storie fantastiche, ma quando incontra la storia con la S maiuscola, mostra quasi sempre la faccia violenta della nostra società. Rifugiarsi nel fantastico è scappare da una realtà molto più triste di ciò a cui approda sprigionando la fantasia.
«Disclosure Day» mi pare più che altro un film umanista. Senz’altro riuscito, anche se non lo metterei tra i suoi capolavori...
Sono d’accordo. Con questo film, Spielberg prova a chiudere un cerchio, confrontandosi con la sua stessa carriera, con i film di fantascienza (i titoli già citati, «E.T», «La guerra dei mondi»), e cerca di riportare tutte le componenti a una situazione umana. Da un punto di vista narrativo ma anche tematico, perché gli alieni non ci sono praticamente fino alla fine, e sono quelli che siamo stati abituati a vedere per anni. Non c’è niente di nuovo, e la grande rivoluzione è proprio questa: il regista che per cinquant’anni ha scolpito l’immaginario collettivo, che ci ha fatto credere che (quasi) tutto fosse possibile, crea un film incentrato su una caccia alla verità, e questa verità si rivela quotidianissima. Come se si arrendesse all’idea che oggi e ora le immagini possono sopraffarci, lanciando segnali di allarme, dicendoci però allo stesso tempo di non dimenticare il ruolo imprescindibile della fantasia. «Disclosure Day» è un film molto spielberghiano, che ragiona sul qui e ora. Non perfetto, decisamente attuale.
Nel tempo, Spielberg ha espresso stima profonda per diversi autori. Quali sono i suoi maestri?
L’unico nome evidente è John Ford, come raccontato in «The Fabelmans». Per il resto, più che a nomi, rinvia a una stagione cinematografica all’insegna del “grande spettacolo”, di cui si è prioritariamente cibato: il primo film che vide al cinema è «Il più grande spettacolo del mondo» di De Mille, e fu per lui una folgorazione.
Il suo film meno riuscito?
«GGG - Il grande gigante gentile»: l’intero progetto, a partire dallo script, è troppo infantile. Spielberg non era la persona giusta per far fare soldi a una major come la Disney.
E quello più sottovalutato?
«Minority Report» con Tom Cruise, incredibile nel raccontare il post 11 settembre... Uscì nel 2002, sembra concepito ora: parla di immagini artificiali, di come queste non portino al loro interno la verità. E contiene intuizioni visive pazzesche, come quella sorta di grande IPad che Cruise usa (nel 2002!) per lavorare. Da recuperare.